Finché avessi visto la pinna, non sarebbe successo niente

19 giugno 2016

Quando, ormai diversi anni fa, una pinna grigia mi nuotò intorno per qualche minuto prima che qualcuno si arrischiasse a tirarmi fuori dall’acqua, ero solo una bambina. Eppure, ricordo ancora il senso di impotenza, il vuoto intorno e l’impalpabilità della salvezza. Nel tempo, ho smesso di chiedermi “come sarebbe andata se…”, ma non ho mai superato la paura del mare. Ho imparato a nuotare grazie a mia madre, ostinata e caparbia, ma l’angoscia mi prendeva anche in piscina. Con la spudoratezza tipica dell’adolescenza ho fatto qualche bagno e finto di divertirmi, ma con la più cauta e responsabile età adulta, non ne ho più voluto sapere.
Mi è capitato di ripensare all’accaduto ieri sera, come del resto ogni anno quando arriva l’estate.
Da quell’esperienza non ho imparato granché. Dalle esperienze non si impara mica poi tanto spesso. Fosse vero il contrario, non sarebbe solo dal nuotare in mare che mi sarei guardata, ma da tante altre cose che sempre mi hanno fatto a pezzi e mai smetteranno.
Mi coccolassi almeno un po’ quanto negli anni ho coccolato la paura, oggi sarei molto più serena.

La mia Roby ne sa

26 aprile 2016

E niente. C’è questo difetto nel mio carattere a cui non riesco a ribellarmi. C’è da sempre, dal mio primo giorno sulla Terra, dalla prima volta che m’ha pianto il cuore e il dolore è scivolato via dagli occhi. Esiste da quando esisto, e credo che un giorno mi ucciderà.

Dicevo, c’è questo difetto nel mio carattere che si chiama “speranza”, (ma sarei più corretta se dicessi “attaccamento morboso, accanimento terapeutico basato sulla speranza”), che per quanto ogni volta io perda tutto, si ostina a non abbandonarmi, a stringere i denti al posto mio, a muovermi i palmi delle mani e a rialzarmi da quell’asfalto che invece abbraccerei con amore (ah, asfalto, spiaggia dopo l’ultima spiaggia, tirami giù e dammi pace eterna).
“Sei tosta, Ele. Qualsiasi brutto male si nutra del tuo benessere, devi contrastarlo con l’allegria. Fottilo col sorriso”, mi dice la Roby. E io penso che da quando l’ho ritrovata non voglio perderla neanche un giorno. Seguo il suo consiglio anche se, obiettivamente, non ho un cazzo di cui sorridere. Abbraccio la mia pelle pallida, il mio colorito insano e le occhiaie pronunciate. Prendo nutrimento da un bacio, non bado ai chili che se ne vanno e cerco la speranza (che palle, sempre lei!) affinché un giorno tutto passi, e questo dolore che ho dentro capisca che non sono da buttare. Non ancora.

Ninetta mia, morire di Maggio, ci vuole tanto, troppo coraggio

20 luglio 2015

A morire, ero già morta a Maggio. Mi spezzò il cuore l’ultimo bacio dell’uomo di un’altra. E c’è poco da giudicare (no, non dite che tanto “al giorno d’oggi”… “sono di mentalità aperta” e tutte le stronzate del genere, perché lo so che state già giudicando). L’attrazione è attrazione e lui aveva uno dei sorrisi più belli ch’io avessi mai incontrato.

A morire, son morta di Maggio, dicevo, quando cercando di ricominciare a vivere mi son lasciata spappolare il cuore (un’altra volta) in 25mila parti tutte uguali. Un bicchiere infrangibile, colpito da un cecchino infallibile.
P. m’ha spappolato il cuore. Ha perso la testa per me, poi sotto l’ascia del boia c’ha messo la mia. Non ero in guerra, ma si sa, alla fine di un conflitto quelli che continuano a morire sono coloro ai quali manca un giorno al rientro. Salvate il Soldato Ryan…

Ad ogni modo, la cosa positiva dell’avere un cuore già spappolato (e di non averlo mai rimarginato) è che nessuno può piombare nella tua vita e così, all’improvviso, mandartelo in frantumi. C’è poco da fare zio, hanno già sfondato la porta.

Il problema, addirittura, non è avere un cuore che sta una merda, ma incontrare qualcuno che potrebbe (potenzialmente) risanartelo, predisponendolo a un nuovo dolore. Perché tanto da coglioni, fidati che ci ricaschiamo.

Questo è il motivo per cui quando ti ho incontrato non riuscivo a lasciarmi andare. Ed ero paranoica più di te. Ti trovavo (ti trovo) più o meno perfetto, ma se mi fossi lasciata curare poi avrei dovuto accettare l’ennesimo rischio.

Così, non hai fatto in tempo a risanarmi il cuore (e un po’ stata anche colpa mia), ma sotto la coltre di neve che ghiacciava ogni cosa, avevi accesso una flebile fiamma.

Per cui, ti dico… grazie d’aver meritato (oggi, e non domani) il mio vaffanculo!

Via Irnerio 23

17 luglio 2015

“Durante un temporale ho visto la spina dorsale del cielo. Ero conciato male, però c’ero”.

Case chiuse, finestre aperte.
Tu provi a insegnarle qualcosa nella tua lingua, ma lei continua a sbagliare l’accento. Glielo ripeti, lei ride. Amico, non so se vuole andare oltre, ma intanto gioca. “Dai, dammi una sigaretta!”. Vedi, siete ancora lì dopo due ore. Le persiane spalancate, la tua tipa non vuole privacy.
Hai dato un’occhiata al cielo? Sono quasi le due, ma la Luna illumina nuvole gonfie d’umidità, rosse di terra. Se piove ci sporchiamo, ma a te poco importa. La luce è negli occhi della tua donna, non vedi altro. Scommetti che vai in bianco come il lenzuolo che ogni notte io sporco di trucco?
Voce cristallina, ogni volta che lei ride un vetro nel Mondo va in frantumi.

Anche qui, una finestra sotto la tua, uno specchio s’è rotto e m’ha trafitto il corpo. Frammenti nel cuore, lame nello stomaco, non puoi capire come si sta.
Tu non hai idea di come urli il tuo corpo quando vuoi provare un’emozione e il cuore si rifiuta, non hai idea di quale dolore si possa arrivare a soffrire. E ancora, non hai idea di come si veda il tuo corpo quando passa davanti a una superficie e non si riflette.
Blondie, lunghi capelli biondi, occhi da gatta. “Quanto sei gnocca, Ele!”, dicono in tanti. Cazzo me ne.

L’ultima sigaretta della giornata la fumo con lei, che è la mia migliore amica da tempo.
E mi chiede: “Ti ricordi di quando mi odiavi?”
E io: “Perché non ti capivo, Luì”.
“Sì, ma che cazzo!”
“Però sono rimasta, no?”
“Sì!”
“Vedi, sono sincera. Sono rimasta perché lo volevo davvero!”
“Sì! Ci facciamo un tatuaggio uguale?”.

Zio, la tua tipa stanotte non te la da. Torna a casa. Via Irnerio è ancora illuminata. Avrai un’altra chance. Come me. Che non dormo mai, non mangio più, fumo troppo e non ho mai avuto le idee così chiare.

“Stai evitando alle tue ossa di rompersi. Non arrivare al punto di stringerti da sola, così forte che alla fine te le rompi lo stesso”, mi dice la mia amica. Lei mi conosce. E tira le due di notte quasi ogni sera con me. Ora le parlo di tatuaggi. E di uomini. Di due labbra cucite. E della pace che non ho. “E mangia!”, mi rimprovera.

Questo momento è illuminato solo di noi. Tu che sei troppo timido per portartela a letto, lei che ride come un diamante, la mia sigaretta e il display di un cellulare.
Case chiuse, finestre aperte. La gente intorno a noi ha detto basta. Ha gettato la spugna. Stanotte muore e domani va a lavoro, cadaveri ambulanti, decrepiti, non si sono accorti di essere stanchi della vita o di viverla da defunti. Ma noi siamo ancora qui, perché la notte non ci prenda.

Dai amico, vai a casa. Vai a casa.


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