Odori dalla mia cucina

11 maggio 2013

Come avrete modo di apprendere di seguito, il titolo di questo post non ha nulla a che vedere con ciò di cui parlerò. Eppure, gli odori che provengono dalla mia cucina sono talmente forti e a tal punto fanno da background alle mie parole, che proprio non potevo tenerli fuori, proprio non potevo escluderli dai miei pensieri. Su una padella di ceramica bianca, il nasello cuoce avvolto dalla salsa mediterranea; in una pentola dai bordi d’acciaio le salsicce sposano le fette di cipolla in agrodolce; a parte bollono i pisellini per la mia piccolina.
Poiché quindi in questo blog io riporto tutti i miei pensieri, e nei miei pensieri ora ci sono anche gli odori della mia cucina, abbozzate questo titolo decisamente poco congruo.

Venendo al dunque, non sono una persona mondana (nonostante mi piacciano le serate al pub e le festicciole con gli amici, i cinema alla sera e le cene al ristorante) – tanto più che il Sabato sera su Rai4 c’è Medium e le repliche domenicali non sortiscono lo stesso effetto.
Nonostante ciò, stasera ho promesso alla mia famiglia una cena in un locale bavarese e, bell’e sfumata che è la serie TV, tanto vale che io cominci ad entrare nel mood del Sabato sera fuori casa.

Smalto giallo, capelli raccolti, frangia laterale e jeans nuovi nuovi di zecca. C’è poco da dire, il modo in cui si sceglie di trascorrere la giornata è un momento unico e irripetibile cui diamo tutti troppa poca importanza. A conferma delle mie parole, proprio ieri mattina riflettevo su un social network di come non avessi ancora deciso nulla in merito a cosa fare del mio venerdì e mi sono resa conto che era proprio in quell’istante, l’istante in cui mi chiedevo cosa sarei stata nelle ore future, che mi stavo sentendo viva come non mai. Che io decidessi infatti di trascorrere la giornata in casa, accoccolata ad una tazza di tea e al mio libro preferito, o che io finissi per scegliere di buttarmi in pista e rincontrare gli amici, tutto mi ricordava di come facessi parte del mondo, di come il tempo fosse denaro, gli istanti splendidi e i momenti irripetibili.
Ieri (per fare un esempio) ho deciso di andare a fare spesa, poche cose nel carrello per poter poi prendere la via lunga e tornare a casa percorrendo i vicoli più soleggiati; oggi mi sguinzaglierò tra le occasioni del mercato delle Erbe, apprezzerò nuovamente le bellezze della mia piazza e cenerò fuori.
Sì, avete capito bene, smalto giallo e jeans nuovi di zecca compresi!

“The future’s not our to see, Que sera sera…”

5 maggio 2013

C’è che dovrei cominciare a pensare di svegliarmi. Ma svegliarmi veramente. Mi sono alzata dal letto alle 8, un po’ più tardi rispetto al solito ma pur sempre in anticipo per una domenica mattina. Mi sono diretta in cucina, l’anima due passi indietro rispetto al corpo. Ho messo su la caffettiera, sciacquato il pentolino della tisana della sera. Poca voglia di mangiare in realtà, pura routine. Fortuna che ieri mattina al super ho comprato un miele che è la fine del Mondo. Un ricavato dai fiori del limone che farebbe resuscitare pure i morti.
Sì… ma non è bastato. Mi sento appannata, leggermente ovattata e il bollore che vien fuori dalle pentole in cui sto preparando il pranzo non contribuisce a farmi vedere le cose più nitidamente.
Vi dirò che in realtà sono di buonumore, che la mia dermatite va meglio e che la Primavera mi ricarica di idee e di iniziative. Non solo la casa splende, il lavoro rispetta le scadenze, la spesa è organizzata per tutta la settimana e i menù della mia cucina son tutti sfiziosi sebbene ipocalorici, ma sento di non aver nulla da ridire su questo tempo che mi scivola addosso come schiuma di sapone sulla pelle bagnata.
Avevo bisogno di tempo per pensare e, più che per pensare, per “sentire”. Me lo sono preso e direi che sta andando bene.

 

Il vecchio segue al nuovo. Oppure no.

3 maggio 2013

Nel tornare alla normalità le cose hanno fatto un salto all’indietro.
Ed io, io non so se sono ancora pronta ad affrontare questa nuova (apparente) piega.
Restare a pensare giova a poco e non è ciò di cui ho bisogno. Lascio andare il cuore e, come sempre, il tempo.
Intanto aziono la lavatrice. Il girare centrifugo del cestello mi ricorderà che non sono l’unica a vorticare e, forse, mi regalerà qualche ora di confusione, al cui interno non dover per forza trovare un filo logico. Ciò che è certo è che mi costringerà a restare in casa, a pacare il mio corpo irrequieto, a fare meno di quanto in realtà la mia mente cogiti.
E mi permetterà di perdermi, di allontanarmi dal tanto pensare. La testa si lascerà andare ai rumori, allo scrosciare dell’acqua, all’intrecciarsi e al divincolarsi impazzito dei vestiti all’interno dell’oblò. A volte, dalla razionalità, bisogna prendere un po’ di distanza.

Ché ieri ero troppo nervosa, fuori sede, affamata e bisognosa di un amico vicino.

Tenere uniti i pezzi

21 aprile 2013

L’esplosione di una bomba mi dilanierebbe. Io invece devo tenermi insieme, riunire i pezzi, bloccare i pensieri, lasciare dov’è quel che tenta di fuggire. Devo riallacciare le vene, agganciarle alle arterie, far defluire il sangue, decomprimere le pareti del cranio. Abbassare la pressione.
Devo percepire vita nelle braccia, stimoli nelle gambe, far formicolare le dita. Indirizzare al meglio lo sguardo, dirigere i passi, attrarre corpi. Devo risolvere l’algoritmo che ha ostacolato il mio contare, pettinare le idee, sbloccare i meccanismi, sentirmi leggera ma salda a terra. Essere la cassa dove battono più cuori, saldare le ossa, sigillare le articolazioni, ricucire i muscoli e rilanciare i tendini. Devo incollare la pelle, scollare la cartapesta. Dare l’intonaco. Tenermi insieme. Tenermi insieme. Tenermi insieme.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 43 follower

%d bloggers like this: